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Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

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La guerra del telefono

La sfortunata vita di Antonio Meucci, geniale e incompreso inventore

Il nome di Antonio Meucci deve essere proprio segnato dalla sfortuna se perfino il noto settimanale disneyano "Topolino" si è accanito contro la sua invenzione in una sua rubrica del 1998, attribuendola perentoriamente a Bell, colui che sull'originario brevetto italiano costruì un'immensa fortuna economica. Ma nonostante l'ultimo, plateale affronto, quella di Antonio Meucci resta una vita limpida caratterizzata dalla geniale intuizione che ha rivoluzionato la vita quotidiana del nostro Pianeta Terra. Una vita che è stata soltanto in minima parte risarcita dal paese d'adozione con la postuma riabilitazione da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Originario di Firenze (vi era nato nel 1804), Antonio Meucci crebbe in una famiglia povera e fu costretto giovanissimo a entrare nel mondo del lavoro. Lavorò un primo momento come daziere e poi si specializzò come meccanico teatrale, trovando onesti impieghi in un settore caratterizzato da richieste di valide professionalità. In un teatro del Granducato di Toscana egli incontrò peraltro anche Ester Mochi, una giovane sarta tetrale, che divenne sua moglie e che con lui condivise la strada dell'emigrazione.

Nonostante il tranquillo lavoro, Antonio Meucci non rinunciò mai alle sue due grandi passioni, quella per l'elettricità fisiologica e animale e quella per un'ideale politico repubblicano. E proprio per quelle sue idee liberali, il fiorentino fu costretto a lasciare il Granducato di Toscana e a spostarsi prima nello Stato Pontificio e poi nel Regno delle Due Sicilie, per poi attraversare l'Oceano Atlantico e approdare a Cuba. Nell'isola centroamericana l'emigrante forzato trovò lavoro come meccanico teatrale e riuscì a programmare il suo ultimo salto verso la grande città di New York, attratto dalla possibilità di lavorare nei teatri americani, che in quegli anni stavano sorgendo un po' dovunque nel paese. Arrivò quindi nel grande porto di Ellis Island con in tasca tanta voglia di portare avanti, lontano dal lavoro ufficiale, la sua passione per la fisica sperimentale applicata allo studio del suono.

Nel 1848 Meucci realizzò una parte dei suoi sogni imprenditoriali aprendo una piccola fabbrica di candele, a Cliftond, un piccolo villaggio dello Staten Island, presso New York. In quella piccola fabbrica egli perfezionò nel poco tempo libero (in gran parte di notte) i suoi studi sulla trasmissione delle onde sonore, collegando due coni di cartone, chiusi alla base da una membrana elastica, con una corda e mettendo in comunicazione due persone anche a distanza: nacque così il primo prototipo di "telefono", marchingegno che avrebbe tenuto occupato l'italiano per altri venti anni.

Nel 1851, nella piccola fabbrica di Meucci approdò un personaggio destinato a entrare nella Grande Storia del Mondo. Il toscano infatti diede un rifugio e un dignitoso lavoro a Giuseppe Garibaldi, giunto a New York dopo la grande illusione della Repubblica Romana, senza soldi in tasca e senza grandi prospettive per l'immediato futuro. Divenuti grandi amici, i due si separarono dopo qualche anno andando incontro a destini diametralmente opposti.

La vita di Antonio Meucci proseguì infatti su una strada tutt'altro che lastricata di successi. Negli anni '60 la sua piccola fabbrica chiuse i battenti per fallimento, gettandolo in una condizione molto vicina alla miseria. Dotato comunque di una volontà di ferro, Meucci portò avanti suoi studi sul "telefono" depositando però soltanto nel 1871 il suo brevetto all'ufficio di Washington. Meucci in realté intuì da subito le grandi potenzialità della sua invenzione e cercò affannosamente dei finanziatori italiani, tramite il suo amico E. Bendelari.

Ma come spesso è accaduto nella storia italiana, il fiorentino non venne ascoltato in patria. Il suo avvocato pretendeva 250 dollari per la pratica di deposito definitivo del brevetto, in un momento nel quale l'italiano poteva contare appena su 20 dollari. Meucci ricorse all'espediente di depositare un brevetto temporaneo (chiamato caveat), rinnovandolo con gravi stenti dopo due anni e per altri due anni.

Nel 1873 chiese aiuto anche a E. Grant, vicepresidente della potente American District Telegraph Company di New York, presentandogli un'ampia documentazione e la richiesta di usare le linee della società per i suoi esperimenti. Grant non comprese la grande occasione lasciando l'italiano a se stesso. Alla fine del secondo rinnovo dovette così rinunciare a un ulteriore proroga del marchio per mancanza di fondi personali, lasciando il campo a un nuovo "inventore" del telefono, il professore Alexander Graham Bell. Questi era figlio di un facoltoso otorino appassionato di scienze, con un fiuto eccezionale per gli affari (qualche anno dopo egli presentò un'altro brevetto, già inventato precedentemente -e anch'esso scomparso- dallo studioso Elisha Gray). Bell presentò il suo brevetto di telefono nel 1876 e Antonio Meucci fiutò subito la frode, ma alla richiesta di restituzione delle sue carte l'ufficio brevetti rispose che esse erano stranamente scomparse dall'archivio.

L'italiano non si perse d'animo e, sponsorizzato questa volta dalla Globe Company, raccontò la sua storia ai giornali locali. Le inchieste giornalistiche diedero il via a una vera e propria indagine che portò alla clamorosa scoperta delle truffe perpetrate dall'ufficio brevetti di Washington. Ma quella di Meucci fu soltanto una vittoria di Pirro. Egli ricevette l'offerta di 400mila dollari dalla stessa Bell Telephone Company per un silenzio cui rispose con piglio nazionalista: "È una scoperta italiana e non c'è oro al mondo che la possa americanizzare".

L'orgoglio di Meucci trascinò la Bell in una causa che si sarebbe protratta per molti anni. La società americana si accorse di aver perso la battaglia, quando alla pretesa di ricevere diversi milioni di dollari dagli uffici finanziari degli Stati Uniti ottenne un deciso rifiuto da parte del governo il quale contestò il debito alla Bell tirando fuori la frode ai danni dell'inventore italiano. Soltanto nel 1888 però arrivò il provvedimento finale di restituzione della paternità tecnologica.

La giustizia americana non riconobbe però all'italiano nessun risarcimento lasciando l'inventore nella più totale miseria. L'inventore di Firenze, stanco e deluso, morì un anno dopo, nel 1889 a Staten Island, incollato alla sua ormai cronica povertà.

L'America, il grande paese nel quale il fiorentino tante speranze aveva riposto per i suoi sogni scientifici, non gli tributò neanche gli onori funebri, che si svolsero completamente a spese del Regno d'Italia. Alexander Graham Bell aveva vinto infine la lunga guerra del telefono e del successo personale.

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