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L'Equipe sara' nuovamente negli States dal 1 settembre al 20 settembre 2015
 

Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

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VACANZE STUDIO IN ITALIA

Il fotografo e il bambino

Aveva preso il mare all'età di vent'anni ed era approdato in Sudamerica per dare sfogo al suo carattere intraprendente e avventuroso e quel suo stesso carattere lo trasportò poi alle latitudini più settentrionali dell'immenso continente americano, prima nella soleggiata California, poi nella semisconosciuta Columbia Britannica, in territorio canadese. Ma se la vita avventurosa del fotografo Carlo Gentile ebbe un risvolto dal sapore straordinario il merito va forse ascritto anche alla forza del destino.

Carlo Gentile era nato a Napoli nel 1835 e come tanti altri italiani dell'epoca, aveva scelto il nuovo continente per acquietare la sua sete professionale e la sua voglia di avventura. Ma nonostante il grande impegno e la tenacia nel propagare quella nuova arte che andava sotto il nome di fotografia il suo nome non sarebbe rimasto nei libri di storia, neanche in quelli dedicati agli italiani d'America, vittima di un oblio che soltanto la caparbia ricerca di un professore italiano ha saputo annullare in questi ultimi anni. Eppure, quella di Gentile, è una storia davvero degna di essere fissata nella memoria italiana d'America.

Proveniente da San Francisco il napoletano giunse a Victoria, attivissima città situata sull'isola di Vancouver. In territorio canadese Gentile trovò le sue prime soddisfazioni professionali dedicandosi a fotografare i nativi americani. Nel 1860 l'italiano assurse tra l'altro a vera e propria istituzione locale nel campo della camera oscura, guadagnandosi la stima delle autorità e della stampa coloniale britannica. In quegli anni il Fraser River e il Cariboo, situati sulla terraferma della Columbia Britannica, rappresentavano l'ultima sfida per i cercatori d'oro e anche Gentile si recò nelle aree aurifere per raccogliere importanti documentazioni fotografiche sui Nootka, Saanich, Songhese, Ntkkepmx, Shuswap, e Tlingit, tribù native della regione nordoccidentale del continente.

Gentile lavorò per passione ma aveva ben in mente il mercato al quale le sue opere erano destinate e sviluppò così due linee produttive, ritraendo nella prima i selvaggi allo stato primitivo (ritratti fotografici molto richiesti dal mercato inglese) e nella seconda i nativi nel suo studio fotografico. Realizzò per quest'ultimo filone delle vere e proprie "cartes de visite" di personaggi indiani in vestito europeo, tra i quali sono famose quelle del capo Songhees "King Freeze" e della sua consorte.

Nei quattro anni di intensa attività a Victoria, il fotografo napoletano acquisì una enorme mole di materiale, tanto da indurlo a riprendere la via europea per pubblicare nel vecchio continente il suo originalissimo album etnologico. Il progetto di ritorno in Europa però fallì: il fotografo perse infatti il suo prezioso carico di materiale nel trasferimento verso Olympia (Washington), prima tappa di avvicinamento a casa. Di quel suo lavoro soltanto un'ottantina di fotografie restarono in copia presso i National Archives of Canada di Ottawa e un'altra centinaia è possibile rintracciarle nei British Columbia Archives and Records Service di Victoria (attualmente tutto il materiale è ancora inedito).

Costretto a cambiare bruscamente i suoi programmi, Carlo Gentile si lasciò ancora una volta trascinare dal suo spirito di avventura e dalla sua innata simpatia verso i nativi, mettendosi in viaggio in direzione del Sudovest americano. Erano quelli gli anni di una nuova febbre dell'oro e dell'argento e molti pionieri si spingevano nel selvaggio Colorado e in Arizona per trasformarsi in cercatori d'oro.

L'italiano seguì la scia delle navi del deserto (così erano chiamati gli enormi carri dei pionieri) sul suo carrozzone trainato da cavalli. Quel rudimentale mezzo di trasporto conteneva in realtà tutto il suo laboratorio ambulante: le attrezzature fotografiche, i prodotti chimici, i misurini, le vaschette e le scorte d'acqua e rappresentò una vera e propria fortuna per l'avventuroso napoletano che poté accumulare un'altra serie di stampe originali delle tribù native della regione. Sotto la sua lastra passarono così i Cocopa, gli Yuma, i Walapai, i Mohave, e una volta giunto a Tucson e a Prescott, toccò ai Papago, Pima, Maricopa, Yavapai.

Le sue ricerche fotografiche spaziarono in questa selvaggia regione dai soggetti indiani alle rovine preistoriche (la Casa Grande e il Montezuma Castle), alle suggestive chiese delle missioni cattoliche di San Xavier del Bac e Tumacacori. Dell'ingente materiale scattato sugli altipiani dell'Arizona tra il 1868 e 1872, un centinaio di foto sono state individuate e anche esse rappresentano un capitolo del tutto inedito della storia fotografica americana, così come interessanti sono le stampe in album conservate presso la Library of Congress di Washington; nella raccolta fotografica dei National Anthropological Archives si trovano invece le lastre per lanterna magica dipinte a mano, le prime rudimentali diapositive.

La permanenza in Arizona trasformò per qualche tempo l'italiano in un cercatore d'oro improvvisato mettendolo in contatto con una realtà cui egli stesso era poco avvezzo, quello della tratta degli indiani. Gli indiani Pima catturavano infatti, con frequenti razzie nei villaggi Yavapai (Mohave-Apache) e Apache, numerosi prigionieri che poi vendevano o barattavano con i messicani e i coloni americani, i quali li utilizzavano come inservienti. In uno di quegli assalti venne rapito un piccolo indiano di nome Wassaja, degli Yavapai, e le sue due sorelline. Il fotografo incontrò i tre orfani e mosso a compassione, adottò il piccolo, affidando le sue sorelle ad un proprio amico.

Non c'erano del resto molte alternative: il mancato riscatto avrebbe significato la quasi sicura morte dei piccoli mohave apache e l'italiano si decise a dare un degno futuro a quello che considerò da quel giorno sempre un vero e proprio figlio. Scelse per lui il nome di Carlos Montezuma, lo battezzò nella vicina cittadina di Florence, lo adottò legalmente e insieme ripresero a girovagare per le ampie distese del Sudovest. Gentile tentò nei mesi successivi di sperimentare la fotografia a colori ma il mancato successo delle sue prove lo indussero a tornare verso le metropoli dell'Est e con il suo piccolo Carlos raggiunse Chicago.

In quei primi mesi di vita in comune il giovane indiano apprese il valore dell'acculturazione e della fede cattolica, facendoli propri e applicandoli nella sua appassionata carriera professionale e culturale. Arrivata a Chicago senza molte possibilità di lavoro, la strana coppia si unì brevemente al Wild West Show di Buffalo Bill e Texas Jack, riscuotendo la sua piccola fetta di successo nello spettacolare mondo della finzione. Nell'occasione Gentile, oltre a fare da comparsa, si prestò come fotografo ufficiale della compagnia teatrale.

I due ripartirono dopo pochi mesi alla volta della Florida e risalirono la costa orientale fino a Boston per poi fermarsi a New York. Nella futura metropoli il piccolo Carlos Montezuma fece il suo ingresso ufficiale nella scuola, mentre Gentile si dedicò alla gestione del nuovo studio fotografico, in attesa di imbarcarsi per Napoli. Un altro disastroso incendio scompigliò ancora una volta i piani del fotografo napoletano, il quale dovette ancora una volta riprendere il viaggio, alla ricerca di nuovo lavoro. Si spostò quindi di nuovo a Chicago portando con sé il figlio adottivo e affidandolo poi a due pastori protestanti, onde permettere al piccolo yavapai il giusto proseguimento nella scuola.

Le strade dei due strani personaggi si divisero di fatto anche se rimasero sempre legate dal punto di vista affettivo. Quel piccolo indiano di nome Wassaja sarebbe cresciuto e avrebbe conseguito il Bachelor of Science in chimica, accedendo al Chicago Medical College e conseguendo infine la laurea in medicina. Sarebbe diventato il primo medico indiano laureato in medicina e anche il primo indiano a criticare apertamente il fallimento dell'Indian Service. Carlos Montezuma si buttò con perseveranza nella battaglia politica a favore dei suoi consanguinei e fondò nel 1916 il periodico "Wassaja: Freedom's Signal for the Indians". Su quelle pagine scritte (diresse il giornale fino al 1922) gettò tutto il suo ardore indiano a favore dell'emancipazione degli indiani e dell'abolizione del Bureau of Indian Affairs.

Ma alla brillante carriera umana e professionale di Wassaja non fece eco un'altrettanta felice vita per il padre adottivo. Anche Carlo Gentile tentò infatti la fortuna con la rivista "The fotografic Eye" (1884-1893) e con altre imprese editoriali destinate alla comunità italoamericana di Chicago (il periodico L'Italia, il Messaggiere Italo-Americano, La Colonia), ma nessuna ebbe successi duraturi. Anche il lavoro fotografico divenne difficile, a causa dell'impietosa concorrenza di nuovi fotografi. Amareggiato e affranto per i troppi insuccessi e per l'ormai perenne indigenza economica, impossibilitato a tornare nella sua amata città natale, l'italiano a soli cinquantotto anni decise infine di togliersi la vita, lasciando costernato il suo affezionatissimo figlio adottivo.

Carlos Montezuma ricevette la notizia mentre era in servizio a Carlisle, in Pennsylvania, come medico della Indian Industrial School del capitano Pratt e per uno strano destino toccò proprio a lui (dopo aver sepolto il padre al Mount Hope Cemetery di Chicago) provvedere ai bisogni economici della vedova Gentile e di un altro piccolo figlio adottivo della famiglia. L'indiano in realtà non si riprese mai dal duro colpo: con il suicidio del padre erano crollati molti dei principi sui quali il medico pellerossa aveva costruito la sua vita.

Nel suo nome però Wassaja continuò la sua metodica battaglia contro l'oblio storico americano acquisendo per il suo popolo quei diritti elementari fin troppe volte negati. E quello strano destino che aveva portato a incontrare i due uomini negli altipiani del Sudovest li unì con un filo indissolubile anche nella morte. Carlos Montezuma, alias Wassaja, morì alla stessa età, nella riserva Yavapai di Fort McDovell, in Arizona, in una capanna di frasche che aveva scelto per vivere i suoi ultimi giorni... simbolo di una nazione rossa che aveva ripreso a credere nelle proprie radici.

*con la collaborazione del dr. Cesare Marino, dello Smithsonian Institution, autore delle approfondite ricerche storiche su Carlo Gentile e il conte Carlo Camillo di Rudio.

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