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Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

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VACANZE STUDIO IN ITALIA

Uomini in nero nella Mission Valley

I primi bianchi nelle terre del Nordovest portavano tonache nere e parlavano l'italiano

La chiamano l'Intermountain West, l'ampia regione che si estende, punteggiata da numerosi massicci, tra la catena delle Montagne Rocciose e quelle delle Cascate. In questa regione coperta da un tappeto forestale rigogliosissimo si muovevano uomini dalla pellerossa e dai nomi altisonanti. Néz Percé ( gli sfortunati Nasi Forati che avrebbero vissuto la loro apoteosi storica con la marcia di Capo Giuseppe) e Flathead vivevano infatti nel loro mondo incontaminato dall'onda lunga della colonizzazione bianca quando i primi italiani vi giunsero agli inizi dell'800.

Ancora una volta furono i sacerdoti in nero, gli attivissimi e preparatissimi gesuiti, a portare in queste remote regioni che sarebbero diventate in futuro gli stati del Montana, dell'Idaho e del Washington la prima parola della nostra lingua. Non c'erano davvero frontiere geografiche ed amministrative per i seguaci di Sant Ignazio di Loyola, galvanizzati dall'esperienza asiatica dei grandissimi Francesco Saverio e Matteo Ricci e intenzionati ad estendere a ogni lembo di nuova terra conosciuta il loro regno missionario.

La terra tra i monti rappresentò per i gesuiti una tappa importante per la loro opera evangelizzatrice e altrettanta importanza rivestirono gli uomini in nero per le tribù delle nazioni Salish stanziate in questa regione, uomini rossi che avrebbero evitato in gran parte i massacri bianchi grazie anche alla loro vicinanza alla Compagnia di Gesù. Il primo contatto tra indiani ed italiani vi fu nel 1831 (il primo bianco a fermarsi in Idaho e a costruire sulle sponde del lago Pend Oreille la Kulyspell House fu nel 1808 David Thompson, un cacciatore della Northwest Fur Company).

Delegazioni di Nasi Forati e Teste Piatte, già venuti a contatto con alcuni missionari presbiteriani, si recarono a S. Louis per incontrare "il libro celestiale dell'uomo bianco" e chiesero ripetutamente di avere una missione cattolica permanente nelle loro terre e in quelle dei Pend d'Oreille, dei Kootenai, degli Spokane, dei Kayuse e dei Kettle. Toccò al padre Jean De Smet, un belga destinato a restare negli annali della storia, il compito di esplorare quelle zone ricchissime di foreste (ancora oggi i pregiatissimi i pini Ponderosa arrivano in gran parte dall'Idaho). Tornato al S. Louis College lanciò un appello ai volontari che intendevano affrontare i grandi disagi di una vita di frontiera. Personaggio di spicco dell'evangelizzazione regionale, De Smet non aveva infatti le caratteristiche adatte alla vita di frontiera e utilizzò le sue energie per tessere un'opera di grande organizzazione.

Partirono invece verso le aspre regioni del Nordovest numerosi missionari italiani destinati a restare nella storia delle regioni di frontiera americana: Mengarini, Grassi, Nobili, Zerbinatti, Diomedi, Carignano, Caruana, Congiato, Damiani, Folchi, Griva, Imoda, Tadini, Bandini, Prando, Rappagliosi, Tosi, Canestrelli, Cataldo, D'Aste, Gazzoli, Palladino, avrebbero formato una comunità italiana che può essere considerata la prima presenza bianca nella terre delle grandi montagne.

Era il 1841, quando il ventinovenne Gregorio Mengarini, un gesuita nato a Roma, partì da Westport, una località destinata a diventare la base di partenza delle spedizioni verso quell'estremo lembo di Ovest statunitense. Con quattro carrette a due ruote e un carro coperto, il tutto trainato dai volenterosi muli, Mengarini e la sua esigua compagnia si unirono al primo gruppo di bianchi giunti nelle terre dei Testepiatte, e sotto la guida di due "eroi" della frontiera, Thomas Fitzpatrick e John Grey (personaggi che sarebbero stati glorificati nei futuri film a soggetto pionieristico), raggiunsero le pianure oltre le Montagne Rocciose.

Lasciato il gruppo di coloni, Mengarini si diresse verso la regione del fiume Snake e di qui verso il futuro Idaho. Mengarini si fermò nella Bitter Root Valley, patria dei Fleathead (Testepiatte) e qui fondò la prima chiesa cattolica, costruendo una casa grezza di tronchi d'albero, rabberciata nelle fessure con argilla, e dandole il nome di St. Mary, dedicandola alla beata vergine.

Era la prima chiesa della remota zona di frontiera e rappresentò il punto di partenza di numerose altre spedizioni missionarie, avamposto missionario che per dieci anni vide l'operato apostolico del gesuita romano. Padre Mengarini, destinato a presiedere la celebre università californiana di S. Clara (fondata da un altro gesuita italiano, padre Nobili), era un esperto medico, un non comune conoscitore di musica, un linguista di vaglia.

Egli imparò le lingue Salish dei Ne-mee-Poo ("il vero popolo" conosciuto dai più con il nome di Néz Percé) e dei pacifici Kalispel con tanta perfezione da amalgamarsi all'unisono con le selvagge popolazioni locali. Egli redasse i suoi manoscritti tracciando per primo la storia della regione chiamata allora Old Oregon e pubblicando numerosi articoli scientifici su riviste americane di antropologia ed etnografia. La sua capacità di apprendere le lingue culminò nella pubblicazione - in latino - della "Grammatica Linguae Selicae", opera mai superata da altri tentativi di traduzione. Nel 1846 il gesuita romano iniziò invece il "Dictionary of the Kalispel or Flath-Head Indian Language", opera che sarebbe stata stampata nel 1877 nella tipografia di St. Ignatius, altro avamposto missionario nel Montana.

A questo primo grande sforzo di interpretare la cultura indiana, ne seguirono molti altri da parte dei religiosi. Padre Antonio Diomedi condusse ad esempio il suo apostolato nella regione dell'alto Columbia e del Coeur d'Alène, tra gli indiani Kalispel e pubblicò diversi anni dopo, nel 1879 gli "Sketches of Modern Indian Life". Versato nella tipografia, egli stampò anche un abbecedario di Kalispel ("Lu Tel Kaiminitis Kolinzuten") e il "Kalispel Dictionary", un 'opera ponderosa in tre volumi che lo avrebbe impegnato per tre decenni.

Altro gesuita di frontiera fu Filippo Canestrelli (già insegnante all'Università gregoriana di Roma) : egli penetrò i segreti della lingua Kootenai e pubblicò la grammatica di questo mansueto popolo per aiutare i confratelli impegnati tra le tribù della zona. Il "Dictionary of the Nez-Percé Language" fu invece pubblicato da padre Antonio Morvillo, a coronamento di uno sforzo culturale davvero imponente da parte dei religiosi sparsi nella Mission Valley.

Tali iniziative furono sempre intraprese sotto il continuo pericolo di scorrerie e ruberie da parte dei nativi americani. Le missioni vennero infatti piĂą volte distrutte e saccheggiate dai Piedi Neri - una tribĂą soiux ostinatamente predona e assassina -, guerrieri affievoliti nel loro impeto razziatorio soltanto da una tragica pestilenza. Difesi con coraggio dagli amici Fleath Head (nemici storici delle tribĂą sioux), i missionari dovettero affrontare piĂą di uno scontro con gli irriducibili Piedi Neri lasciando nelle pagine dei loro diari (come il "Mengarini's Narrative of the Rockies" ) i racconti drammatici di tali esperienze.

Il manipolo di coraggiosi gesuiti, continuò instancabile nella sua opera, insegnando il catechismo, organizzando una banda musicale indigena, insegnando giochi sportivi e studiano gli usi e i costumi, esercitando la medicina naturista. Ogni tanto qualche missionario cadeva in una delle numerose imboscate tese dagli indiani, rimanendone vittima, e subito veniva sostituito da altri missionari pronti a sacrificare la vita per l'opera evangelizzatrice tra le nazioni indigene e i primi coloni bianchi.

Figura di spicco nell'aspro territorio del Nordovest, fu padre Antonio Ravalli, anche lui, come Mengarini, esperto medico, e primo bianco a praticare la vaccinazione (nello sterminio delle popolazioni indiane le malattie infettive ebbero un ruolo preponderante!). Antonio Ravalli, nato a Ferrara, raggiunse Fort Vancouver, sulla costa del Pacifico nel 1844, insieme con Michele Accolti, rinunciando da allora a tutte le offerte di una brillante carriera in Europa. Entrato quindicenne nell'ordine, egli aveva studiato medicina, lettere, filosofia e scienze naturali, insegnando a Torino.

Uomo semplice e cordiale, rappresentò il primo medico, il primo farmacista, la prima autorità scientifica del Montana. Versato anche nelle attività artigianali, questo intraprendente gesuita, costruì edifici, intraprese attività di falegnameria, insegnò musica e pittura ed ebbe il solo difetto di non riuscire a imparare le lingue e i dialetti indigeni. Rimasto solo a St.Mary, dopo la morte dell'amico Pietro Zerbinatti, egli costruì un edificio lungo 27 metri e altro 18 senza usare un solo chiodo, attrezzandolo con tutti i mobili realizzati in proprio e arricchendo la dotazione della missione di una macina (sempre realizzata in proprio) che finalmente integrò la magra dieta dei suoi confratelli.

Inventò, con l'aiuto di Mengarini, un distillatore per estrarre alcool medicinale dalle radici locali e zucchero dalle patate. La sua figura sarebbe diventata leggendaria nei quarant'anni di missione americana. Ravalli non tornò mai in patria e per tutti, prima gli indiani , poi i cercatori d'oro e infine i coloni del Montana, era il prete con il breviario in tasca e gli strumenti chirurgici nella bisaccia. Nel suo piccolo capanno di S. Mary realizzò il primo ambulatorio del Montana e qui terminò la sua vita, dopo aver girovagato tra l'Idaho, la California, la Columbia britannica e l'Oregon.

A questo italiano resterà sempre legato il mito dell'Ovest americano e il miglior ricordo è inciso nella città di Ravalli, sulla Northern Pacific Railway, e nella contea omonima, dedicate all'infaticabile gesuita ferrarese.

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