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LIBRI DI TESTO

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L'Equipe sara' nuovamente negli States dal 1 settembre al 20 settembre 2015
 

Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

o al NUOVO CORSO DI ITALIANO: SUPERCIAOATUTTI

può rivolgersi a:
mirtilli.morgana@studio-arcobaleno.it




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Il fedele Bartolomeo

Bartolomeo Colombo scoprì il Panama e fondò Santo Domingo

Morì alla 1514 e non fece in tempo a compiere per intero quello che per tutta la vita aveva sempre fatto: difendere il nome, il prestigio e le fortune economiche della famiglia Colombo. Nonostante tutti i suoi sforzi Bartolomeo lasciò ai detrattori del primo Ammiraglio delle Indie occidentali la forza per continuare nella grande opera di demolizione dell'impresa storica, abbandonando nella strenua difesa i suoi tanto amati nipoti Diego e Fernando.

Morì all'Espanola, il coraggioso Bartolomeo, e la sua storia si perse nel tempo, oscurata dall'astro di Cristoforo e dalle dispute di corte.

Nella grande avventura verso il nuovo mondo il fratello minore dei tre Colombo ebbe invece una parte essenziale, anche se accettò sempre di buon grado la sudditanza nei confronti del primogenito, riconoscendogli quell'idealismo al quale egli si affidò con ostinata fiducia.

Nato intorno al 1460 imparò l'arte del tessitore, corporazione al quale apparteneva la famiglia di Colombo e nello stesso tempo di dedicò agli studi cartografici. In quegli anni la città di Genova era sede di una grande scuola cartografica europea e il giovane Bartolomeo seguì con passione la stessa vocazione marinara di Colombo. Imparare a navigare era del resto quasi d'obbligo per chiunque fosse nato all'epoca sulle coste liguri e il giovane Colombo l'istinto innato che lo portò verso l'acqua.

Lodato nell'arte marinara e cartografica perfino da Barolomeo de Las Casas, l'ultimo dei fratelli Colombo fu probabilmente il primo a dedicarsi con professionalità alla navigazione e raggiunse il fratello Cristoforo a Lisbona: imbarcato probabilmente sulle navi di Bartolomeo Diàz dirette a Capo di Buona Speranza egli apprese dai navigatori portoghesi utilissime nozioni e informazioni sulle correnti provenienti da Ovest e iniziò a costruire il grandioso progetto dell'impresa americana.

Nella capitale protoghese i due fratelli discussero a lungo di tale progetto, studiando dati e confrontando carte nautiche, valutando informazioni anche minime raccolte nelle loro esperienze. E se Cristoforo gettò sul piatto del grandioso progetto la sua smisurata spinta idealistica, Bartolomeo bilanciò lo slancio con il suo innato pragmatismo organizzativo. Si divisero i compiti i due fratelli Colombo. A Cristoforo toccò presentare il progetto di navigazione verso Ovest alle corti di Portogallo e di Spagna; Bartolomeo raggiunse le corti francesi e inglesi. E ambedue dedicarono anni della loro vita a perorare il sogno geografico. In un Europa dominata dall'isolamento informativo i due fratelli si persero di vista e soltanto al ritorno dal primo viaggio Bartolomeo ebbe notizia del coronamento del loro piano.

Il giovane Colombo si precipitò dalla Francia verso la Spagna ma non fece in tempo a raggiungere il fratello per intraprendere con lui il secondo viaggio americano. Si occupò allora amorevolmente dei due figli di Cristoforo (li accompagnò a corte) e si imbarcò alla volta dell'America con tre navi allestite dai re spagnoli (con l'aiuto del vescovo di Palencia) per soccorrere la colonia dell'Espanola.

Mai spedizione fu più opportuna. Nell'isola appena scoperta Bartolomeo trovò un forte malcontento nei confronti dei Colombo. Approfittando dell'assenza di Cristoforo (ripartito alla scoperta di Cuba e Giamaica) e del polso poco fermo del fratello Giacomo, nominato governatore dell'isola, il comandante dell'armata Pedro Margarit saccheggiò i villaggi indiani e sequestrò le tre navi comandate da Bartolomeo e appena giunte dalla Spagna.

I tre fratelli si ricongiunsero tutti insieme soltanto al ritorno di Cristoforo dai suoi viaggi esplorativi delle isole caribiche. A Bartolomeo il maggiore dei Colombo affidò volentieri l'amministrazione delle terre, l'organizzazione economica, politica e militare delle terre scoperte, delegandogli anche le eventuali repressioni di rivolte coloniche e indiane. Il nuovo mondo, nel giro di pochi anni si era trasformato in una vera e propria giungla esistenziale per i primi coloni spagnoli e per le popolazioni indigene venute a contatto con essi. La mano violenta di Margarit si era ripercossa su molte tribù caraibiche in contatto con gli spagnoli e all'efficientissimo Bartolomeo fu richiesto di usare il polso d'acciaio per riportare un po' di ordine nei territori delle Indie.

Ottenuto dal fratello il titolo di "Adelantado" (titolo che sarebbe stata fonte di molti guai per la famiglia Colombo), Bartolomeo si mise all'opera per costruire presidi militari a difesa di giacimenti auriferi appena scoperti in alcune zone delle nuove terre scoperte. Nelle vicinanze di un presidio militare Bartolomeo fondò una città per l'approdo delle navi provenienti dal mare, dandogli il nome di Santo Domingo e organizzò una serie di cittadelle minori, combattendo incessantemente contro gli indiani divenuti ostili e contro gli spagnoli decisi a sfuggire all'autorità politica dei Colombo. Caduti in disgrazia presso la corte spagnola (soprattutto per non aver trovato i tanto agognati giacimenti auriferi) i tre fratelli genovesi seguirono tutti la stessa sorte e vennero imprigionati e trasportati in catene in Spagna.

Ottenuta di nuovo la libertà, Bartolomeo aiutò il fratello ad organizzare il quarto suo viaggio verso le Americhe. Stanco e minato nel fisico, Cristoforo riprese vigore all'idea di riprendere un'altra esplorazione e affidò al fido fratello il comando di una delle quattro piccole navi. Ma nonostante la perfetta organizzazione, l'ultima grande avventura colombiana fu dimenticata dalla buona sorte. Partiti alla ricerca dello stretto che avrebbe dovuto collegare le nuove terre al continente asiatico, i due fratelli si ritrovarono a lottare per la loro stessa sopravvivenza. Ottenuto il rifiuto di entrare nel porto di Santo Domingo, la piccola flotta si spinse a fatica fino a Puerto Escondido, nell'attuale Messico, e da lì venne trascinata dai venti fino all'Honduras.

Giunti nella zona di Veragua (l'attuale repubblica di Panama), i due fratelli risalirono il fiume Belén e lo esplorarono, sempre alla ricerca del mitico passaggio verso l'Oriente. Stretta amicizia con il capo indiano El Quibiàn nel 1503, Bartolomeo si spinse verso l'interno alla ricerca di miniere ma non ebbe il tempo di approfondire la conoscenza del nuovo territorio. Ancora una volta i fratelli italiani dovettero affrontare la rivolta dei loro equipaggi, i quali riuscirono a saccheggiare i villaggi indiani e a trascinare in guerra le tribù che li avevano accolti amichevolmente. Sulle coste del Veragua Bartolomeo si rese protagonista di notevoli gesti eroici, difendendo il fratello e il proprio equipaggio dagli assalti furiosi degli indigeni e rimanendo seriamente ferito.

Ripreso il largo con le navi superstiti, i due Colombo raggiunsero ancora una volta fortunosamente la Giamaica e nell'isola si fermarono, in attesa di aiuti spagnoli. Soltanto dopo otto mesi arrivò finalmente la nave che li riportò in Spagna. Sbarcarono sul suolo iberico nell'indifferenza totale. Nessuno ormai aveva più voglia di riconoscere nei fratelli Colombo gli eroi del Nuovo Mondo. Troppo presto il sogno si era trasformato in spasmodica ricerca di lucro, e nella sete di conquiste per la corona spagnola (frustrata tra l'altro dai successi commerciali dei portoghesi sulle rotte orientali).

Cristoforo non sopravvisse ai suoi sogni infranti; ammalato e sfiduciato morì senza gloria lasciando a Bartolomeo e ai suoi figli Diego e Fernando il duro compito di rivendicare i titoli conquistati nelle nuove terre d'America. E questo impegno sarebbe stato negli anni futuri anche lo scopo principale di Bartolomeo. Egli percorse l'Europa in cerca di credito e a un religioso dell'Ordine di San Gerolamo, nel suo soggiorno nella curia pontificia, donò una mappa con gli itinerari del quarto viaggio, ancora oggi conservata nella Biblioteca Nazionale di Firenze.

Soltanto nel 1510 il più piccolo dei fratelli Colombo riuscì a riprendere credito presso i sovrani spagnoli. Ottenuto il rifiuto di esplorare le coste della Florida Bartolomeo accompagnò all'Hispaniola il nipote Diego, divenuto Secondo Ammiraglio e governatore della stessa isola. Il re Ferdinando il cattolico gli affidò in alternativa la colonizzazione del Veragua, dopo i fallimentari tentativi di Hojedo, e in tale veste egli si stava muovendo quando la morte lo colpì nel 1514.

Il suo nome venne dimenticato, vittima di una nuova ondata denigratoria da parte dei cortigiani spagnoli, e a nulla servirono le sue fantastiche imprese, le tredici carte geografiche, le quattro carte astronomiche e un mappamondo (donato al re inglese Enrico VII). La sua grande abilità cartografica e marinara, organizzativa e militare, soltanto nei secoli sarebbe ritornata a risplendere di luce propria, celandosi però sempre all'ombra del grande fratello.

"Aveva uno stile insolito: era forse l'unico a uscire dalle curve senza sbarbare le balle di paglia all'esterno". Erano queste le parole che Enzo Ferrari riservava a Manuel Fangio, un pilota destinato a divenire tutt'uno con il mito dei bolidi rossi di Maranello. Un grandissimo pilota, per il grande Enzo, quell'argentino di origini abruzzesi, dotato però di un carattere taciturno e scontroso, restio alla pubblicità e ai primi piani.

La storia di Manuel Fangio cammina parallela con quella della Ferrari per poi fondersi in essa nelle pieghe della Storia. Nato a Balcarce, in Argentina, il 24 giugno 1911, Manuel visse la sua infanzia nella terra promessa del Sudamerica. Papà Loreto Fangio era un muratore proveniente da Castiglione Messer Marino, mamma Erminia Dérano veniva invece da Tornareccia e di professione faceva la pantalonaia. Insieme affrontarono l'emigrazione, per sfuggire ad un destino segnato dalla miseria e il loro figlio respirò tutti gli umori di una vita dedicata al riscatto. Manuel crebbe taciturno e aveva idee concrete, una caratteristica comune alla gente della sua regione d'origine, gente che spesso lo veniva a trovare nel suo "museo delle auto da corsa" a Balcarce.

Personaggio davvero indecifrabile, dal sorriso cupo e dal volto impenetrabile, il pilota Manuel che non riuscì (o non volle?) a scaldare la simpatia del suo illustre datore di lavoro. Secondo Ferrari il suo pilota soffriva di manie di persecuzione, capace di pensare al sabotaggio sistematico della propria vettura da parte del costruttore. Ma a fronte del suo carattere arcigno, l'abruzzese dimostrò una padronanza innata per la corsa, capace nel Gran Premio di Monza del 1949 di rallentare con l'olio a 130 gradi, di amministrare il vantaggio e di vincere al volante di un modello vecchio della Ferrari. Corse per tante scuderie l'argentino: oltre alla Ferrari guidò le Mercedes, le Maserati e le Alfa Romeo.

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