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All'ombra delle potenze coloniali

Primi segni italiani nel Nuovo Mondo

Erano passati pochi anni da quel primo fatidico viaggio di Cristoforo Colombo ma il nuovo mondo già brulicava di un'intensa presenza europea lungo le coste del centro e del sudamerica. Militari, missionari, amministratori, mercanti di schiavi, cercatori d'oro, commercianti, artigiani, erano approdati sulle isole del Nuovo Mondo per dare inizio a nuove storie personali o soltanto per soddisfare le loro bramosie. C'erano anche italiani in quelle prime carovane marittime salpate dalla Spagna e dal Portogallo ( e solo in seguito dalla Francia, dall'Olanda e dall'Inghilterra), massime potenze marittime del XVI secolo, e viaggiavano spesso alle dipendenze delle amministrazioni coloniali. Progettare un futuro nel continente americano, all'epoca significava porsi sotto le insegne del re di Spagna o di Portogallo, altrimenti non valeva la pena neanche pensarci.

"... Confidano in noi come nei santi e non vogliono frati di altro Ordine fuori del nostro... e vorrebbero specialmente che fossero Italiani, perché ci preferiscono agli altri..." Questo scriveva intorno al 1524 il religioso bolognese Francesco Allé alla propria famiglia rimasta a Bologna, a testimonianza di un legame che ha sempre unito in modo particolare la gente italica alle popolazioni americane; Francesco Allé appartiene a quella schiera - in verità poco numerosa - di missionari italiani che nei secoli di permanenza americana hanno spesso contrastato operativamente l'influenza anche negativa di religiosi di altra nazionalità. Gli italiani godevano di una speciale indipendenza d'anima e avevano meno remore nazionalistiche e forse per questo è facile trovarli immersi spesso in polemiche vivaci con le amministrazioni ufficiali. Ma se Francesco Allé rappresenta una delle punte italiane dell'esercito evangelizzatore in terra americana, tocca a Francesco Carletti, il primato di primo uomo d'affari italiano nelle Indie Occidentali.

Carletti "si era preso il mondo per bottega" ed era un mercante fiorentino dalla vita talmente intraprendente da ispirare diverse trame di romanzi. Questo commerciante avrebbe compiuto, tra il 1596 e il 1606, il periplo del mondo allora conosciuto, toccando numerosi porti americani a un secolo dalla scoperta colombiana. Testimone critico e acerrimo nemico dello schiavismo, il mercante approdò a Panama e da qui si spinse in Perù e nella Nuova Spagna, arrivando in Messico. Le terre azteche, ammaliarono Carletti che nelle sue memorie conservò sempre un'ammirazione profonda per le bellezze e le risorse naturali della regione.

Velato fautore della ribellione degli indios, egli seguì con rassegnazione la parabola discendente delle civiltà colombiane. Il mercante fiorentino trovò diversi italiani nelle terre che lo videro approdare con il suo carico commerciale. E qualche notizia è filtrata fino ai nostri tempi. Nel 1596 è possibile ritrovare un italiano nelle terre della futura Argentina, tale Lorenzo Menagliotto, arrivato al seguito del Pancaldo che in quel lembo di Sudamerica si era trasformato in pioniere della lavorazione dello zucchero (che da lì a qualche decennio avrebbe fatto la ricchezza della colonia portoghese). Anche i genovesi Marco Ventimiglia e Pietro Scipione Grimaldo, nel 1597 si dedicavano al commercio della farina tra il Rio de la Plata e Rio de Janeiro.

Giovanni Giacomo Ferrugini, operava nella stessa area qualche anno dopo, esportando anch'egli farina ma riciclandosi anche in commerciante di armi (acquistati inizialmente a scopi difensivi). Il panorama italiano dei primordi centro e sudamericani si popolava così di figure sempre più nitide affiancando ai pionieri uomini destinati a mettere radici nel Nuovo Mondo. E tocca a un libraio lasciare il segno distintivo italiano nelle terre della Nuova Spagna. Nel 1548 lo stampatore bresciano Giovanni Paoli esporta in America l'arte della costruzione dei libri, venendo affiancato, nello stesso periodo dal piemontese Antonio Ricardo.

Nel 1608 tocca all'ingegnere fiorentino Baccio da Filicaja, lasciare la sua testimonianza nell'immensa terra del "Verzin", ovvero in quel che diventerà presto il Brasile. Suddito di Ferdinando I, granduca di Toscana, il Baccio, restò per 11 anni nella regione operando nella costruzione delle infrastrutture logistiche e rappresentando l'ultima esperienza visibile della presenza italiana nei primi decenni di colonizzazione.

Toccò comunque alla famiglia Antonelli dare contributo notevole all'italianità d'America. Giovanni Battista Antonelli, di cui sono dubbi anche i dati della nascita (probabilmente è nato ad Ascoli nel primo decennio del secolo, da Lucrezia Scuire e da Girolamo) intraprese infatti la professione di ingegnere militare all'ombra della potenza spagnola e il suo nome venne esaltato dai successi coloniali della potenza europea. Gli inizi di carriera, per questo servitore della corona cattolica, sono avvolti nella nebbia, e soltanto nel 1529 il nome di Battista Antonelli riappare sui lidi del Centroamerica, in Nicaragua per la precisione. A lui infatti il re di Spagna, pensò di affidare il progetto di un canale che permettesse alle navi spagnole di passare da un Oceano all'altro: si tratta dell'istmo di Panama, che per secoli avrebbe affascinato e coinvolto decine di tecnici nella corsa al migliore progetto. L'architetto italiano lavorò con zelo a quello che allora, si rivelava essere un progetto quasi impossibile, e soltanto nel 1542 passò ad altro incarico.

Nell'attuale Guatemala infatti il tecnico militare ascolano progettò e diresse i lavori di ricostruzione della città di Santiago dei Cavalieri, l'attuale Nuova Guatemala. Il centro era stato distrutto l'anno precedente da uno dei ciclici terremoti che devastano l'area centroamericana. Antonelli passò in seguito nel vicino Honduras con altri importanti incarichi ufficiali. Nel paese honduregno, egli completò la costruzione del castello di Umoa e realizzò altre importanti fortificazioni difensive, ottenendone il plauso del governo spagnole.

Sarà l'Europa però a valorizzare al massimo il genio creativo di questo italiano votato all'architettura, e specializzatosi nelle terre d'America. Aggregato al seguito di Emanuele Filiberto di Savoia, egli partecipò all'assedio di S. Quintino nel 1557. Ispezionò, sempre per il governo spagnolo, le fortificazioni della Nuova Castiglia, della Murcia della regione di Valencia. Nella giovane nazione cattolica la paura per una nuova invasione di "mori" era ancora tanta e forte era l'esigenza di trovare un valido sistema difensivo. Antonelli relazionò proprio sui progetti difensivi della costa mediterranea spagnola, mettendo anche in pratica molti degli stessi schizzi. Su incarico di Filippo II, l'ingegnere ascolano lavorò anche a Orano, fortificando l'importante scalo di Mazalquivir. Antonelli proseguì la sua carriera di architetto militare realizzando forti in varie località della Spagna e dei domini della corona reale. Scrisse anche il "Memorial y aperecibimento para el reino di Valencia...", in collaborazione con il suo maestro Vespasiano Gonzaga Colonna, per la realizzazione del sistema difensivo a confine con il Portogallo.

In quegli anni di guerra con il confinante stato coloniale, Antonelli concepì un' importantissima opera di ingegneria idraulica ed economia politica. Egli propose al re la sistemazione idraulica del sistema fluviale spagnolo, onde permettere alle truppe un trasferimento più agevole dei pesanti materiali di artiglieria. Questo progetto fu iniziato nel 1583 e sarebbe durato decenni, portando la navigazione marittima fin dentro le mura di Siviglia e di altre città spagnole collinari. La grandiosa opera venne festeggiata dallo stesso re Filippo con un viaggio da Vaciamadrid ad Aranjuez, attraverso i fiumi Manzanares, Jarama, Henares e Tago.

A Giovanni Battista Antonelli vennero attribuite importanti cariche di corte e grandi onori, un trionfo che l'italiano poté assaggiare soltanto per poco, venendo strappato alla vita il 27 marzo 1588. Il suo nome però non scomparve dagli annali dell'architettura spagnola, soprattutto per quel che riguarda l'area centromamericana. Due nipoti di Giovanni Battista cambiarono il proprio nome in Antonelli (da Scaravelli) e proseguirono il lavoro lasciato incompiuto dall'illustre zio. Cristoforo Antonelli partecipò anche alla sistemazione del fiume Tago, nell'ambito del grandioso progetto fluviale, pur lavorando principalmente alle opere fortificate della costa africana e andalusa. Il fratello Francesco, dopo la collaborazione al progetto fluviale, lasciò l'Europa per raggiungere le Indie Occidentali e un altro zio, Battista Antonelli, anche egli impegnato con successo nei lavori di ingegneria militare nelle colonie spagnole del Centroamerica. Francesco entrò subito in sintonia con l'altra mente creativa della famiglia ascolana e si applicò, con enorme successo, alla costruzione di fortificazioni all'Avana e a San Giovanni di Portorico. Lo zio ritornò dopo qualche tempo in Europa, a trascorrere gli ultimi anni della sua vita, lasciando a Francesco l'onore e l'onere di tenere alto il nome degli Antonelli dell'ingegneria militare, e il nipote ripagò con zelo tanta considerazione realizzando miraboli progetti civili e militari destinati a superare il logorio del tempo. Ancora oggi il nome degli Antonelli fa bella mostra di sé nelle enciclopedie dedicate all'architettura italiana, e alle opere realizzate dagli italiani nel mondo, contribuendo a mantenere teso un filo che unisce la penisola al continente americano dal 1492.