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L'Equipe sara' nuovamente negli States dal 1 settembre al 20 settembre 2015
 

Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

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Un sogno chiamato Loreto

L' esperienza delle riduzioni paraguaiane, fondate dai gesuiti italiani e difese strenuamente contro gli attacchi del potere

Tutto iniziò con Filippo III, re spagnolo in perenne affanno finanziario. A sua maestà i missionari Simone Maceta e Giuseppe Cataldino, gesuiti, sottoposero il loro progetto, pianificato insieme al generale della Compagnia B.Acquaviva, per la creazione di un territorio autonomo, legato alla corona attraverso una tassa annuale pro-capite. Nella mente degli uomini pii il progetto era più che una vaga idea utopistica: si auspicava invece la nascita di una regione nella quale gli indigeni potessero preservarsi dal brutale contatto con il mondo coloniale.

Troppe volte l'opera dei missionari, faticosa e lenta, era stata annientata dall'incontro con la popolazione civile e militare; troppi indiani intenti a capire il Vangelo erano stati depredati, umiliati e corrotti dai vizi dell'uomo bianco.

E non restavano molte strade per salvare i poveri indigeni, già massacrati da due secoli di dominio coloniale.

Il progetto trovò una risposta positiva presso la corte spagnola. La patente reale arrivò e con essa l'obbligo da parte dei bianchi di rispettare il divieto d'ingresso nel territorio indigeno, eccezion fatta per il governatore e per i permessi concessi dagli stessi missionari. E fu scelto anche il territorio in cui dovesse sorgere lo stato ideale. Si trattava della terra dei Chiquito e dei Guarany, a monte delle cascate del fiume Uruguay: praticamente inaccessibile ai grandi navigli e inesplorata dalle armate europee.

Nonostante tutto però i missionari pensarono bene di costruire anche delle barriere psicologiche, vietando ai loro indiani qualsiasi contatto con i bianchi, l'apprendimento della lingua spagnola e istituendo un rigido controllo sui loro confini. Per chi - bianco - osava penetrare nella nazione gesuita senza il permesso ufficiale, era davvero forte il rischio di essere accolto con le armi.

Tutto questo, nonostante la professione di fede, fu fatto per mantenere intatta la ricchezza spirituale di quella fetta d'America. Una ricchezza che i primi missionari avevano imparato a conoscere attraverso il contatto giornaliero con gli abitanti della foresta.

I primi missionari arrivati in terra Guarany avevano trovato un silenzio irreale in quelle foreste vergini. Attingendo a quell'esperienza accumulata nelle centinaia di missioni sparse nel mondo, e pagando anche con la vita il loro zelo missionario, i gesuiti penetrarono nell'anima degli indios con la forza delle note musicali.

Il canto degli inni religiosi, il suono degli strumenti musicali attrasse a loro le popolazioni "invisibili" della foresta equatoriale, diventando un tutto uno con l'opera evangelizzatrice. Nacque così lo "stato musicale" del Paraguay.

I missionari avevano spiegato ai loro guarany, ai loro chiquitos il senso delle parole cantate, infondendo nel loro animo semplice la dolcezza dell'umanità occidentale. Invitati a cantare e a spiegare i loro canti in tutti i villaggi della zona, i gesuiti conquistarono con la musica il cuore degli uomini vestiti di pelle di cervo e fondarono la prima struttura delle loro reducciones. Gli indiani erano incantati dalla musica e soprattutto volevano imparare. E ben presto riuscirono a intonare canti a più voci, lasciando estasiati anche i loro maestri.

Nelle foreste del Paraguay sorse così la località di Loreto, primo villaggio gesuita. E ben presto nacquero altri paesi sul corso del fiume Paranà: San Ignazio, Sant'Anna, Jtapua rappresentarono l'avanguardia di uno strano impero che si sarebbe esteso, con le sue trentuno "riduzioni" abitate da tre a seimila anime, in gran parte dell'Argentina, del Paraguay, del Cile, della Bolivia, dell'Uruguay, del Brasile. Al ritmo della musica si svegliava così tutto il Paraguay e con la musica si inculcava ai pigri indigeni, il senso del lavoro. Cantar bene divenne, per ogni indiano, una questione d'onore e il loro innato talento ammaliò anche le autorità coloniali. Ogni villaggio aveva i suoi strumentisti, e il repertorio si allargò anche alla musica laica. Occasionali visitatori ebbero modo addirittura di ascoltare opere liriche italiane e anche la danza entrò nell'uso dei villaggi indiani.

Ma i missionari scoprirono col tempo anche un altro talento nei loro protetti: qualsiasi manufatto europeo poteva essere imitato alla perfezione dai loro indios. Le donne realizzavano eccellenti merletti fiamminghi, gli uomini costruivano croci e candelabri a imitazione perfetta dall'originale e anche un organo venne realizzato ex-novo in questo fantastico stato del Paranà. Scoperta la loro innta vocazione artigiana i gesuiti trasformarono ogni paese in un vero e proprio laboratorio di idee. Falegnami, fabbri, tessitori,sarti, calzolai, conciapelli, tornitori, stagnati, orologiai, scultori, pittori, fonditori di campane, strumentisti: ogni attività artigianale venne intrapresa negli agglomerati indiani e ogni paese si specializzò.

Loreto divenne il centro dell'intaglio e nelle statue, San Giovanni Battista costruiva strumenti musicali. Guidati e protetti dai loro missionari, tra i quali si distensero i sardi Andrea Giordano e Antonio Macioni e il calabrese Antonio Apparizio, i guarany e i chiquitos impararono anche l'arte dell'economia, nonostante la loro innata avversione per i concetti matematici. Tutto il commercio si svolgeva per scambi e ben presto anche l'esportazione comparve nelle voci dell'economia indiana. I missionari e gli indigeni si specializzarono nella produzione del "tè del Paraguay", articolo che trovò grandissimo successo nelle città coloniali del Sudamerica.

Questa confederazione di paesi indiani prosperò bene e visse felice per diversi anni. Il lavoro gesuita era stato eccellente, ed eccellente era anche l'organizzazione statale, da tutti descritta come un primo esempio di economia comunista. Ma uno stato fondato sui "diritti dell'uomo" che prosperava in un continente sottoposto al più bieco schiavismo non poteva passare inosservato nelle più alte sfere del potere europeo.

Iniziò così l'attacco alle riduzioni e a forzare lo scrigno paraguayano vennero chiamati i "mammalucchi", predoni meticci dalle ascendenze criminali. A loro venne raccomandato di attaccare i villaggi guarany, a loro fu promesso un ricavo in denaro e in vite umane. Le aggressioni andarono a buon segno trasformando la zona spagnola del Paraguay in una vera e propria riserva di caccia. Agli inizi del '700 sessantamila inermi indiani vennero ridotti in schiavitù e trascinati nelle città coloniali... con la tacita approvazione della corona spagnola.

A tale aggressione i padri risposero una prima volta con un trasferimento di massa. Arrivati in terra portoghese trovarono ancora predoni, e ancora una volta pagati (ufficiosamente) dalle autorità ufficiale. A nulla servirono gli inviti del papa: i mammalucchi agivano per conto di mercanti e non conoscevano autorità legale.

Si arrivò alla guerra. Ottenuto il permesso del re spagnolo, i gesuiti armarono i loro indiani istruendoli alla guerra. E quegli stessi indigeni votati al talento artigianale, si trasformarono in ottimi soldati dotati di armi moderni e guidati da straordinari esperti strateghi. Impiantate fonderie di cannoni e fabbriche di fucili, addestrati i nativi all'uso del cavallo, inquadrate le truppe in un'organizzazione efficiente, le confederazioni del Paraguay reagirono all'aggressione con mirabile efficienza, sconfiggendo e umiliando gli eserciti mercenari. La stessa Spagna poté utilizzare queste truppe di colore nella sua guerra contro il Portogallo ricavandone sonore vittore.

Le vittorie però non preservarono gli indios dai giochi del potere coloniale. Le riduzioni divennero terra di scambio per le liti europee. Lo stato del Paraguay passò così in parte nel territorio portoghese e la guerra si allargò. Contro i gesuiti combatterono mammalucchi, forze regolari portoghesi e spagnole e tutti provarono sulla loro pelle la spietata efficienza dell'esercito indio. Accerchiati su tre lati, impossibilitati a difendere tutto il territorio, gli uomini in nero resistettero per lungo tempo, trasformandosi in eccellenti comandanti e in ottimi strateghi. Ma nulla poterono contro l'attacco politico condotto nei loro confronti nelle corti europee. Accusati di disobbedienza e di resistenza armata, e soprattutto di nascondere enormi ricchezze d'oro, i missionari ricevettero il loro colpo mortale.

Quelle missioni che Voltaire definì "il trionfo dell'umanità", entrarono così nella leggenda. Odiate dai mercanti coloniali, tollerate dagli stati ufficiali, incomprese dalle stesse alte gerarchie ecclesiastiche, le riduzioni divvennero un mito. Uno stato fondato sulla mitezza del governo (così scriveva D'Alambert), non poteva vivere in pace, nell'epoca buia del colonialismo europeo.

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