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Il giornalista scomodo di New Orleans

L'avventurosa esperienza americana di Orazio de Attelis, molisano, rivoluzionario e fondatore di "El Correo Atlantico"

1824-1844. Furono vent'anni carichi di polemiche quelli che accompagnarono uno dei personaggi italiani più controversi tra quelli giunti in terra americana. Ma per Orazio de Attelis, marchese di Santangelo, l'enorme polverone alzato dalla sua presenza negli Stati era certamente cosa normale, in linea con tutta la sua dirittura morale e il suo passato personale. E poi, in fondo, lui aveva svolto soltanto con coscienza la sua missione di giornalista e direttore della carta stampata, lasciando in eredità ai suoi nuovi connazionali un foglio settimanale "El Correo Atlantico" che si era guadagnato la fama cronistica sul duro campo di New Orleans.

Questo editore tutto polemica e fervore rivoluzionario era nato in una delle zone più controllate del regno borbonico. Il 22 ottobre del 1774 Orazio nacque infatti a Sant'Angelo di Limosano, nei pressi di Campobasso, l'attuale Molise e allora provincia di quegli Abruzzi che rappresentavano la linea di confine settentrionale del regno delle due sicilie. Secondogenito di Dorotea D'Auria e del marchese Francesco, il ragazzo iniziò subito un duro apprendistato alla vita a causa dell'avversione affettiva del padre.

Dispotico e tiranno in famiglia il padre di Orazio approfittò della prima occasione per spedire l'inquieto figlio nel collegio dei nobili di Napoli. Ribelle a ogni disciplina il giovane molisano si dimostrò subito all'altezza della sua futura fama e a quindici anni interruppe gli studi per arruolarsi, insieme al fratello maggiore, in Spagna nelle truppe dei reggimenti "Toledo" e "Nàpoles". Con questo ultimo corpo ebbe anche il battesimo del fuoco, venendo impiegato nelle battaglie contro i Marocchini a Ceuta. Tornato a Napoli nel 1792, Orazio si arruolò volontario nel reggimento "Re" proseguendo, per volere del padre, anche gli studi forensi presso un noto avvocato molisano. In casa dell'avvocato Leonardo Palomba il giovane conobbe i primi rudimenti della rivoluzione e strinse amicizia con numerosi altri ragazzi pieni del fervore repubblicano di fine Ottocento.

La coscienza rivoluzionaria acuì ancora di più le incomprensioni con il padre e Orazio dovette presto lasciare Napoli iniziando un suo personale percorso che lo porterà in mezzo mondo. Girò per vari stati italiani e nel 1794 giunse a Firenze, entrando in soli tre giorni ai vertici di una loggia massonica. Tornato in patria militò nel reggimento di cavalleria "Napoli" combattendo al fianco degli austriaci ma i continui scontri con l'armata rivoluzionaria francese indussero il soldato borbonico a aderire con ancora più entusiasmo alla causa repubblicana. Abbandonata la divisa, egli si recò in Francia e qui conobbe Barras, lavorando per sette mesi nella segreteria della Deputazione lombarda presso il Direttorio.

Rientrato in Italia si stabilì a Bologna e si arruolò nei cacciatori della guardia nazionale fondando anche un circolo costituzionale, di cui principale animatore. L'indole ribelle del giovane marchese di Santangelo si manifestò a pieno nel tentativo di democratizzare il gran ducato di Toscana e la sfortunata congiura fece assaggiare al giovane il carcere. Condannato prima alla pena di morte e poi al carcere a vita, Orazio scontò soltanto un mese nel penitenziario di Portoferraio. Quando le truppe francesi occuparono la Toscana egli fu infatti tra i promotori della insurrezione nel forte e venne acclamato eroe entrando a Firenze.

Nominato dal governo provvisorio capitano del battaglione toscano rivoluzionario de Attelis seguì le sorti della spedizione francese e dovette riparare in Francia. La vita avventurosa del giovane nobile molisano continuò in un alternarsi di vittorie e sconfitte politiche e militari.

Tornato in Italia al seguito della legione italiana, partecipò alla battaglia di Marengo e passò nel piccolo esercito toscano. Tornò però, dopo diversi viaggi in altre città italiane, in Francia dove riuscì a ottenere la cittadinanza. Tutto questo non contribuì a calmare i bollenti spiriti di un giovane pieno del sacro fervore repubblicano. L'unità dell'Italia infatti divenne il pane quotidiano per il marchese de Attelis e lui, a sua volta, divenne il pane quotidiano delle polizie restauratrici italiane. Arrestato a Napoli per un tentativo di congiura e liberato grazie alla buona parola dell'ambasciatore francese, Orazio attirò su di sé anche le ire di quest'ultimo paese per le sue idee dichiaratamente nazionalistiche. Altro carcere quindi a Firenze e di nuovo la libertà dopo tre mesi di prigione, con l'invito perentorio ad abbandonare per sempre la Toscana.

Inizia qui la seconda parte della tumultuosa vita di Orazio de Attelis. A Milano, nuova città di residenza egli tentò di pubblicare una Gazzetta economico popolare del Mondo, e fallito questo tentativo ritornò a vestire i panni militari come volontario nella guardia del governo. Fece quindi ritorno a Napoli, e qui nominato ufficiale di gendarmeria dal nuovo governo della città, fu spedito a combattere il brigantaggio in Abruzzo. Divenne capitano del reggimento delle guardie d'onore e con questo grado scortò Napoleone in un tratto della ritirata di Russia.

Nel militare molisano intanto maturavano nuove idee politiche e una decisa avversione al regime di Murat. Per tale motivo de Attelis fu allontanato ancora una volta da Napoli ma non trovò ostacoli nella città partenopea al ritorno dei Borboni. Per alcuni anni egli si dedicò all'avvocatura (divenne avvocato dei poveri) ma presto la fiamma nazionalistica riprese corpo trascinando il marchese sul libro nero dei Borboni. Braccato dalla polizia borbonica anche in terra spagnola dove aveva trovato ennesimo rifugio, Orazio decise di fare il salto verso gli Stati Uniti. "Il solo soggiorno convenevole all'uomo pensante, onesto e libero." Questo era il pensiero dell'ormai maturo avvocato molisano, all'approdo nel porto di New York, nel 1824.

Nella grande città cosmopolita egli strinse amicizia con Lorenzo Da Ponte, con Giuseppe Bonaparte ed aprì una scuola privata che durò un solo anno. Nel 1825 de Attelis arrivò in Messico e nei giorni del congresso di Panama, consigliato dal presidente del Senato, l'avvocato iniziò a scrivere un volume che esponeva le sue idee politiche.

Il soggiorno messicano durò due anni e nel 1827 l'ex rivoluzionario molisano fece ritorno a New York per prendere il posto, l'anno seguente, dell'amico Lorenzo da Ponte nell'insegnamento della letteratura italiana e spagnola al Columbia College. Nel 1832 varcò di nuovo il confine con il Messico, rispondendo a un'offerta dell'amico generale de Santa Anna, futuro carnefice nella battaglia di Alamo: nel paese azteco egli rimase fino al 1836 per dirigere un liceo nazionale, venendone espulso proprio per le sue idee politiche contrarie a quelle dell'ex amico messicano divenuto dittatore.

Nuova città d'adozione di Orazio de Attelis divenne la popolosa New Orleans. Nella città americana l'ormai attempato avvocato si adoperò con tutto il fervore per la causa dell'indipendenza texana e nello stesso tempo si prodigò nel sostegno agli italiani residenti negli Stati Uniti. Il marchese conobbe in questi anni l'eroe texano Sam Houston condividendone in pieno lo spirito indipendentista e propagandò le idee di quest'ultimo sul suo foglio settimanale cui diede il nome di Correo Atlantico.

Personalità sempre pronta a scendere in polemica, de Attelis non si tirò indietro neanche nella battaglia politica del 1844. Egli si schierò anima e corpo a favore del candidato Henry Clay e tartassò duramente il candidato avversario James K. Polk. La vena polemica non si esaurì neanche alla vittoria presidenziale dello stesso Polk, liquidato dall'editore come "ambizioso demagogo", segnando per l'ex giacobino l'ultima battaglia giornalistica negli Stati Uniti. All'orizzonte si profilava lo spettro della secessione confederata e l'attempato marchese mal sopportava le idee schiaviste dei grandi proprietari terrieri sudisti. Frustrato, nelle sue idee repubblicane, mal visto dalla borghesia sudista e dallo stesso presidente dell'Unione l'editore decise così di abbandonare definitivamente scena pubblica per dedicarsi alla sua autobiografia.

La calma interiore durò però soltanto due anni. Notizie provenienti dall'Italia ridestarono in lui l'antica passione politica e il maturo uomo di pensiero s'imbarcò per l'Europa nel 1847 per giungervi agli inizi del 1848. Nell'anno dei nazionalismi europei de Attelis si mise prima a disposizione del governo costituzionale di Ferdinando II e poi, deluso anche da questa esperienza napoletana, del governo sabaudo. Arrivò dopo varie tappe anche a Roma per conoscere Mazzini durante i pochi mesi della Repubblica romana. Il ritorno italiano del marchese fu malinconico.

Estraneo ai nuovi pensieri repubblicani, bollato come un giacobino troppo estremista, e incapace di confrontarsi con le nuove realtà sociali e politiche del Bel Paese, l'anziano rivoluzionario divenne un peso morto per le nuove leve del nazionalismo italiano e come tale accantonato a un angolo della scena politica. Fece però in tempo a fare il suo ultimo salto di esule, fuggendo da Roma assediata dai Francesi per riparare in quella Civitavecchia che sarebbe stata la sua ultima dimora terrena. Nella città marittima Orazio morì il 10 gennaio del 1850 mettendo fine a un esperienza umana tutta dedita ai sogni di democrazia.

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