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Chi fosse interessato a una presentazione dei libri: Ciaoit e Superciaoit

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VACANZE STUDIO IN ITALIA

Cavalcai con Custer!

Giovanni Martini, il superstite del Little Big Horn

Il grande Ovest dell'America del Nord ha permesso di raccontare infinite storie e leggende, rendendo omaggio a tanti pionieri che costruirono fattivamente gli "Stati Uniti". Il grande Ovest ha visto presenti, tra i decenni che vanno dal 1820 e il 1890, anche molti italiani che ivi si spingevano per lasciarsi alle spalle l'incerto presente in Italia. Molti di loro si fermarono nelle ricche città della costa orientale.

Nello stato del Delaware una colonia di 300 piemontesi aveva costruito decenni prima la cittadina di New Castle; numerosi americani di origine italiana vivevano nella città di New Orleans (si stima a 10.000 il loro numero intorno agli anni precedenti la guerra civile americana -1850-), altre comunità erano nate a Boston, Philadelphia e New York, mentre nel sud e sulla costa californiana i genovesi avevano trapiantato la loro perizia nell'agricoltura mediterranea e i siciliani la difficile attività della pesca d'altura. A questi primi insediamenti fecero capolino le famiglie che sbarcavano nel porto di New York, in attesa di dirigersi verso l'ignoto futuro che si presentava loro in quell'immenso paese chiamato America.

Tra gli immigranti vi erano anche uomini che avevano "fatto" l'Italia, ovvero reduci delle guerre d'indipendenza, soprattutto garibaldini congedati quasi brutalmente dallo Stato Maggiore dell'esercito Sabaudo alla fine delle ostilità. Anche loro, come tanti altri, avevano in tasca soltanto una speranza ma sul molo trovarono ad attenderli uomini con una divisa blu.

"Vuoi guadagnare una paga incerta come operaio o preferisci intascare 5 dollari al giorno come soldato dell'esercito degli Stati Uniti?"

A questa offerta pochi resistettero, forti della loro unica arte appresa in Italia, quella della guerra. E tra questi c'era Giovanni Martini.

Nato a Sala Consilina, in provincia di Salerno, il 28 gennaio 1853, Giovanni Martini era sbarcato a New York nel 1873: era un "ex-garibaldino", arruolatosi giovanissimo sotto le bandiere di Garibaldi e veterano della battaglia di Mentana. Aveva quindi "un mestiere" e in quegli anni gli Stati Uniti cercavano bravi professionisti per ridurre al silenzio definitivamente quelli che la gran parte della gente di frontiera riteneva essere solo e soltanto sanguinari selvaggi: i nativi dalla pelle rossa!

Giovanni Martini cambiò il suo nome per amalgamarsi nell'esercito delle giacche blu e divenne John Martin, non presagendo che da lì a qualche anno, quello stesso nome sarebbe diventato l'unico superstite dello squadrone di George Armstrong Custer ed un simbolo della battaglia più famosa del West: quella del Little Big Horn.

John Martin partecipò come soldato semplice alle campagne militari condotte dall'esercito contro le tribù ostili: questo giovane emigrante potè vedere con i suoi occhi le ultime eroiche difese di popoli indomiti quali i Sioux, i Cheyenne, gli Arapaho, i Nasi Forati, i Kiowa. Popoli che difendevano la loro terra e la loro cultura, ritenuta fastidiosa e ingombrante per il materialismo americano impregnato di dogmatismo puritano. I cattolici avevano costruito missioni ed eretto chiese alle quali lentamente avevano iniziato a confluire i nativi, accolti dall'unica arma veramente convincente: la pazienza. Questo lavoro certosino di progressiva assimilazione (che aveva dato ottimi frutti nel Messico ed in California, e discreti risultati nel più compassato Canada francofono e nelle gole selvagge dell'Oregon e del British Columbia) fu spazzato via dall'intransigenza e dalla sete di affari di politici provenienti in gran parte da un credo incentrato sull'ottica del profitto.

John Martin aveva partecipato alle deportazioni, alle esecuzioni sommarie, alla difesa delle carovane che transitavano sulle piste dirette in California, alla strage sul fiume Washita (perpetuata dal "generale" Custer) nei tre anni trascorsi a cavalcare nei ranghi dell'Esercito ma non aveva abbandonato l'uniforme. Per un uomo che a malapena riusciva a masticare una decina di vocaboli della nuova lingua, la paga da soldato era l'unica certezza per il futuro e per essa ben valeva correre qualche rischio contro gli ostici nativi, da tutti dipinti e considerati soltanto semplici primitivi feroci. Il ragazzo di Sala Consilina del resto guardava al nemico come al minore dei mali. Memore degli scontri italiani, non temeva le scaramucce con questi variopinti uomini che gli avevano dipinto come mostri sanguinari. E poi lui cavalcava con Custer," il generale Custer", autentico mito vivente del West ed eroe della guerra civile. Nulla poteva fermarli.

Questo pensava Martin il 25 giugno 1876 guardando, in sella al suo cavallo,la vallata sottostante in cui scorreva il fiumiciattolo Little Big Horn.

"Trombettiere"!

L'ordine perentorio di Custer non lo sorprese: in quel giorno era lui il trombettiere di servizio del comandante e quindi scattò in avanti in attesa di ordini. Gli indiani erano stati avvistati e lui sapeva di dover svolgere un compito gravoso: quello di portare gli ordini del comandante agli altri reparti dislocati ai lati del contingente principale.

John Martin cercò di immagazzinare ogni parola che gli venne detta da Custer: sapeva che il comandante non ammetteva incertezze nell'esecuzione dei suoi ordini; godeva di una fama sinistra tra i suoi uomini (aveva repentinamente fucilato, alla prima insubordinazione, i suoi soldati alcuni anni prima) e il soldato italiano non si chiese se avesse effettivamente compreso gli ordini.

Partì al galoppo ma fu fermato dall'aiutante maggiore, il tenente Cooke. Questi conosceva Martin e capiva le sue difficoltà con la lingua inglese: decise quindi di scrivere uno stringato messaggio su un foglio per appunti, un messaggio che ancora oggi viene custodito gelosamente nell'accademia militare di West Point, a testimonianza dell'importanza di quel giorno. Ricevuto il "pezzetto di carta", Martin spronò il cavallo lasciandosi indietro i quattro squadroni e si voltò un'ultima volta ad osservare il braccio alzato di Custer che ordinava l'attacco. Non sapeva di essere l'ultimo bianco a vedere vivi tutti quegli uomini e di essere sul punto di diventare l'unico sopravvissuto degli uomini di Custer.

L'italiano galoppò verso le retrovie ed ebbe modo di vedere l'altra colonna, quella comandata dal maggiore Reno, impegnata in battaglia. Ebbe la sensazione che qualcosa non andasse ma non poté fermarsi a pensare e non lo fece neanche quando incrociò il fratello di Custer: i due si scambiarono le informazioni e si allontanarono su strade opposte: quella da cui proveniva Martin era la strada della morte!

Martin incrociò anche gli indiani ed evitò il loro attacco spronando il velocissimo cavallo in dotazione. I colpi mancarono di poco il bersaglio e il soldato italiano fermò la sua corsa solo al cospetto della colonna militare avanzante del capitano Benteen, cui doveva consegnare il messaggio: lo fece e commise un errore che si sarebbe rivelato tragico per il proseguio degli eventi bellici. Nel comunicare gli ordini ricevuti a voce Martin interpretò male una parola ascoltata e diede una versione distorta delle valutazioni tattiche di Custer. L'ufficiale che lo ascoltava interpretò le sue parole come un segnale di ottimismo e, letto il foglietto scarabocchiato dall'aiutante maggiore del comandante, si diresse verso l'altra colonna impegnata in combattimento, quella del maggiore Reno, per dargli manforte. L'errore salvò la vita a Reno ma determinò la catastrofe per l'altra metà del leggendario 7° cavalleggeri degli Stati Uniti.

I fatti sono noti. In quel giorno i Sioux e gli Cheyenne, guidati spiritualmente da Toro Seduto e materialmente dai capi Nuvola Rossa e Gallo massacrarono fino all'ultimo uomo i 225 soldati della colonna di Custer. Il comandante, secondo le fonti raccolte tra gli stessi indiani, ferito seriamente si suicidò per evitare di essere catturato. Gli indiani vinsero la loro unica battaglia campale e pagarono negli anni seguenti in modo tragico l'effimera vittoria: il massacro di Wounded Knee, perpetuato il 28 dicembre 1890 ad opera dello stesso 7° cavalleggeri (ai danni di vecchi, donne e bambini) sancì la fine definitiva delle guerre indiane e della libertà degli stessi.

Martin, una volta congedato dall'esercito preferì tornare al mondo "civilizzato" e si stabilì a Brooklyn, nella metropoli di New York. I suoi occhi avevano visto tanti massacri ed una giornata destinata a rimanere scolpita nella memoria di tutta la nazione americana. Il suo dovere militare aveva reso protagonista dell'epopea americana un italiano, uno dei tanti alla ricerca di un futuro nel Continente nuovo: un ragazzo che aveva combattuto per la sua libertà e che per essa era emigrato aveva contribuito a soffocare l'ultimo singulto libero dei nativi americani!

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